Quali elementi storici e ideologici si trovano alla base della formazione di una coscienza critica della conquista e della colonizzazione spagnola?

Posted on 22/08/2010

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E quali si trovano alla base della costruzione storica di una visione di questi eventi dalla parte degli indios americani? Che significato ha avuto per la coscienza storica dell’europa del tempo, e quale significato può avere per quella dei nostri giorni, il processo di costruzione dell’identità e dell’invenzione dell’altro che ha avuto luogo con la scoperta dell’America?

Il 1492 è un anno che, come mai più nella storia, avrà ripercussioni politiche, culturali, religiose, socio economiche andranno ben al di là di quanto lo stesso Colombo potesse immaginare. Egli stesso nel suo “giornale di bordo” descriveva i nativi come belli esteticamente, mansueti e in grado di diventare “buoni cristiani e buoni servitori “dando loro, in partenza una precisa connotazione,  secondo la mentalità dell’epoca. Il primo impatto con gli indigeni fu pacifico, ben presto però la presa di possesso dei territori americani da pare degli spagnoli assunse il carattere oppressivo e violento. Di ritorno da uno dei suoi viaggi, nel 1498, Colombo trovò a Santo Domingo i coloni in rivolta contro il fratello Bartolomeo, rivolta che egli non volle reprimere con la forza. Tentò quindidi guadagnarsi il favore dei coloni con una serie di concessioni, perdoni, reintegrazione nelle cariche e donazioni di terre. Oltre a queste condizioni umilianti, l’ammiraglio fece in quell’occasione ai ribelli un’altra concessione ancor più significativa: l’assegnazione di indiani dell’isola ai coloni spagnoli, in qualità di domestici e braccianti. Il danno era fatto. Questo sistema di “repartimiento” divenne più tardi comune, seppure in forma leggermente diversa, a tutte le Indie spagnole. Il lavoro coatto, unitamente alle epidemie di vaiolo e di morbillo, accelerò la rovina delle popolazioni indigene delle Grandi Antille. Dagli indiani sottomessi gli invasori pretesero tributi e lavoro forzato in cambio della loro opera di conversione e protezione; contro gli indiani ribelli scatenarono una guerra spietata.

L’anno successivo, i re cattolici Ferdinando e Isabella ottennero dal Papa Alesandro VI, le bolle di donazione dei territori americani che servivano a dirimere i conflitti tra Spagna ePortogallo in materia di espansione coloniale. Esse stabilivano un perpetuo dominio politico della Spagna sui territori che appartenevano agli infedeli, sottoponendo la donazione ad un obbligo di presenza missionaria. E l’ultimo grande atto di sovranità temporale dei Papi alle soglie dell’età moderna, ma gli spagnoli fecero del documento pontificio uno strumento politico per insediarsi nelle nuove terre che scoprirono immediatamente molto ricche. Quando essi, nella loro marcia, incontravano degli indios, il prete doveva leggere unacuriosa dichiarazione di cui era autore Palacios Rubios, giurista e ardente sostenitore del re. Era un atto di sottomissione al re e a Dio e veniva letto in spagnolo a persone che non avevano mai visto uno spagnolo, se essi rifiutavano,  come in effetti accadeva, venivano sottomessi con le armi.  Con Nicola Ovando, si ebbe il vero inizio di un governo organizzato nelle Indie, e governò Hispaniola con maggiore severità di Colombo.  Ovando ottenne,nel 1503, un decreto reale che legalizzava il sistema dei repartimientos inaugurato da Colombo.

L’istituzione dell’ecomienda, nata dal conflitto interno ai vincitori, permise lo sfruttamento della forza-lavoro indigena che arrivò a livelli disumani. In cambio del lavoro obbligatorio essi ricevevano un’istruzione religiosa; questo sistema di sfruttamento produsse la miseria degli indios e la Chiesa lo rese più funzionale ai coloni. Il mondo indio venne stravolto e per dare stabilità a tutto questo le strutture sociali originarie vennero rimpiazzate dalle nuove, instaurando nuove forme di convivenza, matrimoniali e sociali, gerarchiche e culturali, senza le quali la civiltà europea non avrebbe fatto presa. La lotta all’idolatria si aggiunse alla violenza degli spagnoli. Insegnare agli indios i valori ideologici religiosi, controllati e diffusi dalla Chiesa, fu il modo con il quale imposero e fecero accettare le strutture dello sfruttamento. Quindi come nello spirito e nell’ideologia della Spagna del 500, la religione e la violenza furono connesse allo spirito della conquista, anche se il suo aspetto militare sarà preponderante solo più tardi con Cortès.

L’ossessiva ricerca di ricchezza degli spagnoli dominò l’impatto di questi con gli indios che fu di fatto un genocidio; in venticinque anni le popolazioni caraibiche scomparvero (oltre venticinquemilioni di persone). I coloni che arrivarono inAmerica non erano un gruppo legati da un’ideologia, ma degli avventurieri che contavano di fare rapidamente fortuna per esibirla nella madrepatria. Gli “hidalgos” sono esponenti della nobiltà terriera, privati dell’eredità paterna che attraversa il latifondo, che si organizzano per quella che sarà la conquista militare. Gli indigeni sono dunque la forza-lavoro per consolidare la loro presenza e costituire una nuova aristocrazia, non ereditaria, ma sociale ed economica, comunque più debole. In alcuni casi gli indigeni si ribellarono alla pretesa di schiavitù, ma le difficoltà non sorsero soltanto per la resistenza degli indios, bensì per i metodi della conquista stessa in cui i coloni imponevano ritmi di lavoro spaventosi, ruberie atroci e saccheggi. La conquista non fu altro che un’enorme spoliazione, non curante dei costi imposti con metodi sanguinari.

All’interno della Chiesa si levarono molte voci di critica e denuncia di questi orrori, tra di esse quella del domenicano Las Casas a metà secolo e dei Gesuiti alla fine. Las Casas fu il primo prete ordinato in America, per quaranta anni cercò di convincere gli europei che stavano sterminando anche uomini e fu l’autore della più significativa denuncia dei metodi sanguinari dei coloni europei. Las Casas predicava la sovranità degli amerindi dicendo che gli spagnoli non erano legittimati nella conquista e Carlo V intravide nelle tesi lascasiane un modo per bloccare l’azione dei coloni ma quella posizione venne combattuta da Juan Ginès de Sepulveda perché riteneva gli Indios barbari e non uomini. I Gesuiti accolsero le proposte di Las Casas di tenere separate politica e religione, i loro esperimenti furono però stroncati nel corso del XVIII secolo. Las Casas e i Gesuiti furono sconfitti dal sistema della conquista il cui simbolo rimase l’encomienda, un’istituzione in grado di produrre ricchezza per la Spagna e, per limitare il potere dei coloni, Ferdinando considerò da subito gli indios suoi sudditi ed oltre alle Leggi di Burgos,  promulgò disposizioni per limitare le vessazioni. Non furono applicate ma segnalarono l’importanza del problema e il re meditò di abolirla quando Cortès, titolare di molte encomiendas, consolidava la conquista del Messico.  Cortès fece presente che ciò avrebbe suscitato il malcontento dei coloni che avevano in Messico molte aspettative; l’encomienda era diventata un’istituzione più forte della volontà dell’imperatore, ed essendo una forma di sfruttamento del lavoro, finì con il crollo demografico degli indios.

A mano amano l’espansione assume i caratteri di una conquista militare, che iniziò nel 1519 con la conquista del Messico da parte di Cortès.  Anche se Colombo aveva concepito la conquista come un contratto che lo avrebbe reso plenipotenziario, gli spagnoli, che avevano idee diverse, ritenevano di avere il diritto di conquistare e poi dominare quei territori. La Corona riconosceva ai caudillos il diritto di governare i territori conquistati ma essi non poterono mai rivendicare le terre da loro amministrate, perché a causa dello strapotere degli ecomenderos, non fu mai riconosciuto all’encomienda il carattere ereditario, per il pericolo che si creassero dei veri e propri staterelli autonomi.

La conquista è il frutto di investimento di capitale privato e questo ci porta a comprenderne gli eccessi ma a favorire la coscienza critica è la conquista spirituale poiché i conquistadores erano accompagnati da missionari, per obbligo pontificio. Il settore più colto e sensibile di questi si creò  subito una coscienza critica a causa della contraddizione tra missione evangelica e brama di arricchimento, per cui il sistema ispano-americano venne quasi subito messo in discussione perché era un modello violento.

La Spagna organizzò i territori americani come monopolio, diventando il primo impero coloniale dell’età moderna, abilitò un solo porto, Siviglia, a commerciare con la Spagna. A Siviglia venne istituita la Casa de Contractation che deve registrare tutti i territori incorporati della Corona di Castiglia.

Pietro Martire d’Anghiera, umanista alla corte spagnola, essendo stato testimone dell’incontro tra Colombo e i re cattolici, fu il primo a diffondere, negli ambienti intellettuali, la notizia della scoperta del Nuovo Mondo.  In questo periodo si creano i legami storici tra l’America e l’Europo e si crea anche un legame tra America ed utopia perché questa fase di transizione ha dato agli europei la visione di nuove terre in cui instaurare una nova società che solo successivamente conoscerà lo sfruttamento. Tuttavia l’America che Colombo trova è un mondo allo stato primitivo, senza storia, per lo meno per la mentalità degli europei del 400-500, in quanto privo di scrittura per poter tramandare le proprie tradizioni. Le prime descrizioni della natura del Nuovo Mondo parlano di posti bellissimi e incontaminati. L’uomo rinascimentale non si pone però in posizione contemplativa di fronte ad essa ma mette l’ingegno al servizio dello sfruttamento delle risorse naturali e delle ricchezze minerarie. Non considera il cosmo come qualcosa in cui vivere in armonia con le leggi naturali. Tommaso Moro nella sua “Utopia”, pubblicata a Lovanio nel 1516, descrive una società perfetta per criticare la società europea. Sorge un’incomprensione culturale da parte degli europei che non riescono a capire un mondo diverso dal loro, mancante di cose fondamentali ad essi funzionali e quindi mettono in dubbio l’umanità di questi popoli. Questa visione riduttiva dell’altro non è che una volontà di dominio per poterlo sottomettere ai propri progetti.

Nel 1519, quando Cortès scopre l’Impero Azetco, gli spagnoli per la prima volta entrano in contatto con una civiltà superiore, organizzata, con città  costruite con un sistema di ponti su un grande lago, ricche di commerci; nei suoi racconti c’è la descrizione di edifici che assomigliano alle moschee dell’islam. Emerge quindi la visione dell’europeo, che a confronto col diverso, lo rapporta con qualcosa di già visto all’interno della propria cultura, a differenza degli amerindi che non hanno nessun termine di paragone per poter assimilare gli spagnoli a qualcosa di appartenente  alla propria cultura. Cortès diventa veicolo di un’ideologia; descrivere, capire, legittimare il diverso.  Conoscere per comprendere, era per Cortès, ciò che gli europei del tempo esportavano della propria cultura.

Con la cristianizzazione gli europei si pongono anche dei quesiti antropologici sull’origine dell’uomo, non avendo mai incontrato prima una società poligenetica si interrogano cioè se appartengono al genere umano. Se l’origine dell’uomo e nella coppia primordiale, quale è quello della società primitiva? Considerando la storia dell’uomo come il passaggio attraverso queste diverse fasi, infantile, giovanile, matura e collocando l’Europa in quest’ultima, inizialmente pensarono ad una condizione infantile e non bestiale. Alla conquista politico territoriale si unì la conquista spirituale, che divenne problematica nelle civiltà Azteca e Incaica.  Dal punto di vista cristiano essi furono considerati infedeli ed i loro diritti umani furono legati al riconoscimento di una loro vocazione alla salvezza. Il Vangelo di San Matteo si conclude con la “Missione degli Apostoli fino ai confini della terra”, quindi fino a quel momento si credeva che tutti gli uomini fossero stati evangelizzati, tranne i mussulmani considerati antagonisti.  La condizione d’infedeltà fu il pretesto per fare a questi popoli una guerra giusta, per cui la guerra di conquista veniva fatta apparire come guerra di difesa. Las Casas fu tra quelli che sostennero la loro condizione  non d’infedeli, ma di persone che non avevano mai ricevuto la predicazione del Vangelo. Gli spagnoli si costruirono l’armamentario giuridico ma anche ideologico per definirli infedeli, alcune popolazioni vennero considerate idolatri, deviazione diabolica per la fede, perseguita come l’eresia. La cultura degli europei dell’epoca fu portata a confrontarsi con questa visione del “diverso” così negativa, servile al mantenimento del potere politico e dello sfruttamento funzionale ai propri interessi. Era una struttura fortemente ideologica e l’evangelizzazione è stato l’elemento fondamentale nello strutturarlo. A coloro che connotavano l’indio come barbaro, bestiale e infedele si contrapposero coloro che lo consideraronovero uomo, gentile, pieno di virtù. Vero uomo in quanto dotato di razionalità, destinatario del messaggio di Dio alla salvezza; gentile in quanto non infedele, virtuoso in quanto provvisto di mansuetudine, dolcezza e povertà cioè di quelle virtù cristiane che emancipano e che danno piena dignità umana.

La storia americana si presenta sotto un duplice aspetto, da un lato la visione dei vincitori con i progressi che la scoperta del Nuovo Mondo ha portato, dall’altro l’aspetto drammatico di questo incontro-scontro che ha portato alla scomparsa dei vinti. Queste realtà marginali dei cui protagonisti sopravvissuti si parla poco nella storia, sia per la scarsità dei documenti di parte indigena e sia perché la storia è stata scritta da storici spagnoli che si sono avvalsi, nella loro revisione storiografica, della tradizione indigena.  Ci sono pervenuti soltanto 7 – 8 testi indigeni e la visione che noi abbiamo delle culture precolombiane è fatta dagli spagnoli, filtro che ha modificato la cultura dei vinti. Gli indigeni vivevano ancorati al mito che era alla base dei loro racconti, perché, non possedendo la scrittura, non avevano storiografia. Inoltre, rispetto agli europei che avevano una concezione del tempo lineare e unidirezionale, avevano di esso una concezione ciclica e gli eventi, considerati in relazione all’armonia immutabile del cosmo, non erano unici ed irripetibili ma si ripresentavano ciclicamente. Così un fatto era interpretabile con la ricerca del suo annuncio negli eventi passati e le sequenze del passato si legavano al futuro nella divinazione. Nella concezione europea, ebraico-cristiana, invece, ogni avvenimento aveva una sua concatenazione di causa ed effetto e una sua collocazione che trovava il suo significato nel tempo e nel suo scorrere. Quindi l’incontro con gli spagnoli, essendo gli amerindi il popolo che aveva avuto l’isolamento più lungo dal resto dell’umanità, fu accolto con una sorta di stupore e di meraviglia e cercarono nelle profezie la spiegazione di un fatto assolutamente inedito che non aveva un termine di paragone all’interno della loro cultura.

L’America precolombiana era un continente vastissimo, popolato da civiltà indigene a sviluppo diseguale, con profonde differenze nelle religioni, politeiste, con notevole varietà di miti e culti. Vivevano di caccia e di pesca, di una modesta attività agricola ed un addomesticamento di animali assai ridotto. In alcune zone l’agricoltura era più sviluppata perché, come gli Incas, ricorrevano a sofisticati sistemi di integrazione, Lo stato non esisteva e quindi le famiglie costituivano la trama connettiva, e si riunivano con altri gruppi per andare a caccia o a pesca rendendo così estesi ed incerti i loro confini territoriali. I gruppi si riunivano in tribù e queste stringevano delle alleanze. Il cacicco era il loro capo e la carica poteva anche essere ereditaria. Stati di una certa potenza si erano formati sotto i Maya dello Yucatan,   sotto gli Incas del Perù, o sotto gli Aztechi del Messico,  di grande estensione, definibili imperi  perché includevano e soggiogavano popolazioni diverse. Erano capaci di conquiste militari ed avevano raffinate forme di urbanizzazione. Sia negli Aztechi che negli Incas era presente una forte gerarchia sociale ed intorno alla figura del sovrano si era formata un’aristocrazia che tendeva a chiudersi e ad isolarsi.

L’impero Azteco aveva una vera epropria  istituzione, il potere politico, che si faceva carico della difesa militare, dei rapporti commerciali con altre popolazioni, della creazione di infrastrutture e cura dell’agricoltura. Era un impero relativamente recente che aveva conquistato il Messico intorno al XIII –XIV secolo. Nel 1502 l’imperatore era Montezuma II, allora impegnato a sottomettere altre popolazioni.

Il mondo Incas, invece, si era stabilizzato intorno al XIV secolo, aveva un potere polito e forme economiche di tipo centralizzato, grazie anche ad un sistema di comunicazione, i quipo, basato su cordicelle e nodi con i quali regolavano i commerci, le attività agricole e progettavano opere pubbliche. Avevano una forma di potere dispotico con forme di reciprocità con le popolazioni indigene che assimilava. Avevano istituzioni locali, che rispettavano ed al sovrano, l’Inca, apparteneva una parte delle terre del villaggio che la comunità lavorava per lui. La comunità, cui apparteneva la terra restante, controllava la redistribuzione dei prodotti alle famiglie. Dall’incrocio del sistema imperiale con quello locale, scaturiva l’elemento fondante del sistema incaico, il lavoro coatto, per cui agli spagnoli fu facile valersi delle strutture di dominio imperiale ed integrarle al proprio, stravolgendole e privandole di tutti gli elementi di rispetto e di protezione della loro tradizione. Il mondo precolombiano si articolava, quindi su due grandi imperi, messicano e peruano ed altri due grandi popoli cacciatori che non furono mai soggiogati o si ribellarono: I Taino e i Caniba, chiamati dagli spagnoli Caribi e definiti cannibali, refrattari al dominio spagnolo. La colonizzazione spagnola appiattì tutte queste forme di civilizzazione, molte scomparvero ed altre vennero soggiogate, non senza sofferenza.

Gli storici fanno iniziare la conquista all’incirca nel 1519, quando Cortés giunse in Messico, la conquista del Messico è la più nota e la più documentata di tutte le campagne spagnole nel Nuovo Mondo. Tre furono le motivazioni dell’orientamento che mosse i conquistadores: la loro vorace cupidigia d’oro, di terre e di schiavi, il loro desiderio di sopraffare i pagani e per ultimo il loro amore per le grandi gesta retaggio delle narrazioni medievali. Cortès sbarcò nell’aprile del 1519 a San Juan de Ulùa e non lontano fonda la città di Veracruz, dove ricevette gli emissari di Montezuma e, con l’aiuto di un’interprete, la schiava Malinche regalatagli da un capo indiano, ebbe modo di conoscere i costumi e la situazione politica locale. Fece bruciare le navi, con atto simbolico e iniziò la marcia verso il Messico centrale. Tra Veracruz  e Tenochtitlan c’erano molti villaggi che pagavano malvolentieri i tributi a Montezuma, si alleò con questi e, raggiunta Tlaxcala, che era ribelle al potere di Montezuma, la vinse, ne fece la sua alleata contro la potenza Azteca, avviandosi poi verso la capitale, oggi Città del Messico. Montezuma, contrariamente alle aspettative, non fece niente per organizzare una difesa contro Cortés, della cui avanzata era al corrente perché lo faceva seguire dai suoi emissari. Oltre allo stupore per l’arrivo degli spagnoli c’era in Montezuma l’idea del “conoscere per sapere epoter classificare in armonia gerarchica”, quindi Cortés e i suoi uomini non erano classificabili in qualcosa di già presente nella cultura azteca. Gli Aztechi vivevano in armonia con la natura e con l’ordine del cosmo, erano attenti a tutti i fenomeni naturali che venivano interpretati come messaggio divino. Nel loro costante dialogo col passato cercavano di conoscere il futuro. Non potendo interagire con la natura la società aveva gerarchie immutabili con leggi tramandate dalla tradizione, nel rispetto delle regole dettate dagli alleati dell’Inca. All’arrivo di Cortès, Montezuma, non potendo sovvertire le regole di etichetta e comportamento gerarchico, fece tutto ciò che era previsto per il suo popolo che già ha coscienza della catastrofe, poi si chiuse in un mutismo e punì e fece uccidere tutti quelli che gli portavano notizie e o profezie negative. Nel loro ordine immutabile gli Aztechi associarono la presenza degli spagnoli ad un loro mito e costruirono delle profezie postume per vederne profetizzato l’arrivo. Oltre ai rifornimenti, nelle città in cui Cortés passò poté ricevere anche informazioni e a Cempoala udì parlare per la prima volta di Quetzalcoatl, divino eroe della mitologia tolteca, il cui ritorno era stato annunciato dagli àuguri quasi in concomitanza con lo sbarco degli spagnoli.  Cortès sfruttò il mito, di cui aveva sentito parlare e contribuì a far credere a Montezuma d’essere il divino liberatore. Gli ambasciatori che Montezuma mandò a Cortès recarono ricchissimi doni, che rivelarono le ricchezze agli occhi degli spagnoli,  e minacce per farlo desistere dall’avanzata verso la capitale.

Cortés seppe cogliere l’aspetto psicologico della situazione percependo dalle minacce il miscuglio di diffidenza e di superstizioso timore di Montezuma e lo sfruttò a proprio vantaggio.  Fu accolto, rifocillato ed alloggiato nellacapitale in modo pacifico e, data la natura dei trasporti, a dorso d’uomo, gli aztechi ebbero sicuramente delle capacità notevoli per essere riusciti ad organizzare l’accoglienza degli spagnoli in breve tempo. Cortès abbandonò la capitale per andare a contrastare il rivale Narvaez, lasciando a Tenochtitlan una guarnigione. Alvarado, durante la sua assenza, esasperò gli Aztechi distruggendo i tempi pagani e tentando d’imporre il culto cristiano uccidendo capi e sacerdoti, indusse gli Aztechi alla guerra. Montezuma, prigioniero degli spagnoli e screditato agli occhi dei suoi uomini non riusciva a tenerli a freno ed il ritorno di Cortés non fece che affrettare l’insurrezione. Montezuma venne lapidato dal suo popolo e Cortès dovette aprirsi un passaggio con le armi per fuggire di notte dalla città, detta dagli indios “noche triste”, ripiegando su Tlaxcala, rimasta fedele all’alleanza e lì si riorganizza. Cortès costruì delle imbarcazioni per combattere sul lago e assediò Tenochtitlan tagliandole i rifornimenti di cibo ed acqua potabile, saccheggiandola  e distruggendo tutti gli edifici, spalando le macerie nel lago a mano a mano che avanzava verso il centro. Ricostruì poi la città non lasciando più traccia dell’architettura indiana. Gli spagnoli avevano il vantaggio delle armi sulla pietra, dei cavalli che gli Aztechi non avevano mai visto e che credevano divinità che facevano corpo unico con chi li montava, della resistenza dovuta all’alimentazione a base di grano e non di mais. Seicento uomini bastarono a Cortès per piegare gli Aztechi, sfruttando leggende e superstizioni riuscì a paralizzarne, almeno temporaneamente, l’opposizione. C’era una profonda differenza ideologica tra spagnoli e Aztechi, i primi erano animati da un profondo zelo missionario con lo slancio che esso infondeva ed erano convinti d’un loro diritto divino a vincere, mentre gli indiani credevano religiosamente al dovere di combattere e, se necessario, di morire coraggiosamente.

Francisco Pizarro è legato alla conquista del Perù che egli compì organizzando tre spedizioni, impiegando in totale 180 uomini. E’ il primo esempio di impresa sostenuta dal capitalismo commerciale, perché si associò, per sostenerne i costi, con Diego De Almagro e Hernando Luque, un prete domenicano e ottenne anche dalla Corona dei finanziamenti. Nel 1524 fa partire una spedizione da Panama, dopo aver ottenuto il consenso del governatore Pedrarias Davila ed al suo ritorno ebbe notizie di un paese chiamato Perù. Nella seconda spedizione usò una tattica innovativa, mentre lui procedeva verso l’interno del Perù, Almagro facevala staffetta tra Panama e gli uomini di Pizarro, per rifornirli costantemente di armi, viveri e uomini che riusciva ad arruolare localmente. Dopo aver costeggiato la foce di un fiume, proseguì verso sud approdando in una baia, ostile e deserta chiamata dagli spagnoli Puerto del Hambre (Porto della fame), si spinse poi fino a Pueblo Quemado dove sconfisse gli indigeni. Le loro misere condizioni indussero allora il governatore a chiedere un rimpatrio di quegli uomini, Pizzarro allora si recò in Spagna dove, dopo lunghe trattative, firmò con la Corona un capitolato, ottenendo così dei finanziamenti. Tornato a Panama, nel 1531 partì per una terza spedizione e. nel 1532, conquistò la città di Tumbès, porta d’accesso dell’impero Inca. Dopo aver fondato una colonia si diresse nel cuore del paese,verso il campo dell’Inca Atahualpa, che  aveva dei contrasti con il fratello Huascar, per motivi dinastici. Quella Incas era un’autocrazia e la successione avveniva per nomina dell’autocrate stesso, la morte dell’autocrate, senza che potesse essere stato prima nominato il suo successore, aveva acceso la rivalità tra Atahualpa e Huascar.  Lo stato di confusione per questa situazione e per l’arrivo degli spagnoli fece sì che gli Incas fossero colti da stupore e non sapessero come interpretare, se non alla luce delle profezie, questi avvenimenti. Atahualpa invitò Pizzarro ad un incontro a Caxamarca (Cajamarca) dove egli fortificò la sua difesa, che divenne una trappola per il nemico accampato fuori dalla città. Invitò Atahualpa a recarvisi disarmato e poi lo fece prigioniero. Promise la libertà dell’Inca in cambio di un riscatto in oro ma quando i messi di Atahualpa tornarono in Cuczo, confermando le speranze di ricchezza, organizzò un processo grottesco e fece condannare a morte l’Inca, marciando poi su Cuzco e venne incoronato un nuovo Inca, Manco Capac, che promise fedeltà agli spagnoli. In seguito riorganizzò il paese secondo il modello spagnolo, fondò sulla costa la città di Lima che divenne poi la capitale e nel 1541 fu ucciso da alcuni cospiratori.

Francisco de Toledo fu viceré del Perù dal 1569 al 1581, ed appena arrivato si rese conto dell’instabilità di quei territori. La Spagna riuscì a conquistare tutto il Perù tranne un grande stato dove l’ultimo discendente Inca, che aveva disconosciuto l’egemonia spagnola, si era ritirato perché era una regione impenetrabile ed anche simbolica. Las Casas con la sua dottrina della restituzione aveva incrinato l’egemonia delle èlites spagnole, il primo viceré era stato giustiziato e, intorno al 1569 gli spagnoli erano esasperati nei confronti della Corona perché avevano paura di perdere i loro privilegi non legittimi. L’evangelizzazione degli indios rimaneva problematica e a Roma si cominciava a discutere se togliere o meno i diritti di Regio Patronato alla Spagna, dei quali essa era gelosa. A questo punto De Toledo, cercò di legittimare la presenza spagnola in Perù, compiendo una revisione storiografica fondata su un’attività fortemente ideologica, allo scopo di dimostrare la tirannia Incas nei confronti delle popolazioni autoctone, dicendo che prima o dopo questa tirannia non c’erano stati signori naturali di quelle terre. Raccolse un centinaio di testimonianze tra i nativi più anziani e discendenti degli Incas, usando dei questionari elaborati a tal fine, per poter redigere una relazione finale che accompagnò con una storia ufficiale, che fece scrivere a Pedro Sarmiento de Gamboa. A supporto, fece anche dipingere la genealogia degli Inca dopo aver riunito tutti e dodici quelli sopravvissuti e dopo aver, alla presenza di un notaio, fatto giurare sulla croce gente appena cristianizzata, inviò poi questo materiale al re ed da quel momento dichiarò falsa ogni altra testimonianza . Ordinò poi la requisizione delle opere di Las Casas circolanti in Perù e vennero messe al rogo tutte le opere dichiarate false, legittimando così i metodi della conquista spagnola. Nel 1571 fece decapitare l’ultimo discendente al trono Incas.

Il mondo indio vene così destrutturato dalle epidemie, dal lavoro coatto, dalle guerre di conquista, dalla lotta all’idolatria, dall’imposizione di modelli di vita patriarcali in una società matrilineare, dalla spoliazione dei loro beni e da quella della loro identificazione culturale positiva tramite il loro passato e la sua rappresentazione storica.  Gli indios riuscirono spesso a ricavare una propria interpretazione paganeggiante delle credenze e dai nuoti riti, nella quale le figure di culto cattoliche servivano a dare nuove forme ai precedenti culti politeisti. Svilupperanno così forme di superstizione all’interno del cattolicesimo dando origine ad un ibrido culturale che fu poi definita “visione dei vinti”,  necessariamente piegati alle strutture dei vincitori ma, per le sue forti radici, ancora capace di evocare il proprio passato e di farlo rivivere malgrado la soggezione.

Nella prima generazione di evangelisti l’esperienza più importante è rappresentata da quella dei francescani e dei domenicani, soprattutto i primi avevano vissuto l’esperienza di correnti spirituali che avevano riportato quest’ordine al movimento dell’Osservanza, vennero chiamati da Cortés ma a loro mancava la comprensione della lingua e quindi decisero di imparare le lingue indigene, cominciando dal gioco con i bambini indigeni e dalla monetizzazione delle corrispondenze di suoni ed oggetti. Svolgeranno un’opera di grandissimo valore culturale, curando la stesura di Catechismi trilingue “latino – spagnolo – nahuatl” ed incominciando l’alfabetizzazione dei piccoli.  Con una visione lungimirante, fondarono un collegio per l’educazione di un’élite indigena per stabilizzare l’evangelizzazione, con il sogno di formare un clero indigeno. Tradussero anche le Sacre Scritture in nahuatl, lingua scelta per la sua ricchezza tra venti lingue indigene. Cercarono di separare il processo di cristianizzazione dal processo di ispanizzazione e ciò per la resistenza indigena ad uniformarsi al modello spagnolo, violento ed oppressivo. Riuscirono così ad innescare il procedimento contrario alla riduzione dell’altro e del suo universo mentale, il fondamento di una società veramente fraterna in cui la povertà degli indigeni era il modello più prossimo alla Chiesa apostolica originale, è la premessa di una nuova utopia.

Ma il problema dell’evangelizzazione non riguardò soltanto le modalità con cui esso venne portato dagli Indios ma anche il modo in cui essi lo recepirono. La lotta all’idolatria ha costituito un  grosso processo di deculturazione della popolazione, soprattutto andina. Molte questioni contribuirono a rendere difficile un radicamento profondo della dottrina cristiana in Perù , dal numero insufficiente di missionari domenicani presenti, alla mancanza di conoscenza delle lingue dei neofiti. Ci furono poi delle difficoltà nel praticare alcuni sacramenti, tipo la confessione, che doveva essere fatta davanti ad interpreti, oltre a non poter salvaguardare il segreto confessionale, ci furono dubbi sulla capacità degli interpreti di tradurre il linguaggio dottrinale. La religione tradizionale andina sopravvisse nel cristianesimo e spesso furono proprio le credenze tradizionali a dominare in quanto a favore dei nativi, nella loro realtà di assoggettamento politico ed economico, c’erano solo gli déi tradizionali. Ci sono testimonianze autorevoli di sacerdoti che hanno riportato le credenze degli Indios secondo le quali il Dio dei cristiani è vero ma è favorevole solo agli spagnoli e non ai poveri. Danno l’idea delle immense difficoltà che presentava l’acculturazione alla fede cristiana, tenuto conto che la cultura andina era poco e male conosciuta, secondo connotazioni negative (barbarie, superstizione, idolatria) e che la presunta superiorità spagnola si basava su un forte etnocentrismo culturale. L’abbandono delle proprie tradizioni, unita ai casi di scarsa moralità del clero secolare che, per procurarsi agi e ricchezze, facevano affari con gli indiani senza tenere conto dell’equità dei prezzi, sempre dicono per il radicarsi del cattolicesimo. Inflissero punizioni corporali adducendo motivi di correzione religiosa, mentre cercavano solo la buona conduzione dei propri commerci. I reclusori, non furono altro che vere e proprie manifatture tessili basate sul lavoro forzoso. Alcuni evangelizzatori, come Las Casas e Domingo de SantoTomàs, autore della prima grammatica e di un vocabolario della lingua quechua, vedevano gli indigeni, per natura ricettivi al messaggio evangelico, troppo spesso corrompersi o sotto l’influenza di cristiani di antica data o per le condizioni di miseria in cui si trovavano o per conseguenza della destrutturazione della società andina sotto la violenza della conquista. Felipe Guaman Poma de Ayala è un cronista indiano autore di un singolare progetto di riforma generale del mondo andino la “Nueva Crònica y Buen Gobierno”. E’ un’opera corredata da 400 disegni a penna fatti dall’autore, che è sia una ricostruzione della storia del mondo andino precolombiano, che una storia della conquista e degli abusi degli spagnoli. Vi si scorge il travaglio di un uomo, appartenente per nascita ai vinti ma introdotto per educazione nel mondo della lingua e della scrittura dei vincitori,  combattuto tra l’adesione ad una vera fede e la prassi di molti cristiani del Vecchio Mondo. Il doppio nome, Guaman Poma e Felipe Ayala, che egli ha mantenuto, testimonia la sua duplice matrice culturale ispano-andina ed è un emblema di quel processo di acculturazione che negli indios andini ha i suoi maggiori esponenti. Nei disegni di Poma c’è una divisione dello spazio in quattro parti, secondo la visione andina del mondo, dove il massimo del valore è rappresentato da ciò che sta in alto a destra ed il massimo del disvalore in basso a sinistra. Al centro il massimo termine di riferimento che, quasi sempre egli lascia vuoto, quasi a voler indicare la mancanza di punti di riferimento per la società andina dopo la conquista. Quando il centro viene occupato, vi si trova sempre un indiano povero, nudo e maltrattato, per significare l’immutata superiorità dell’uomo andino sul suo dominatore storico ed è anche il messaggio per quella che è poi l’Utopia andina, la speranza di un ipotetico riscatto. A sinistra invece relega gli ispanici, il clero, gli encomenderos e quegli indiani che si sono lasciati corrompere trasformandosi in oppressori della propria gente. Il messaggio sovversivo di Poma consiste nel riaffermare i valori negati, nel ripristinare una gerarchia mutata del nuovo ordine instaurato, generatore di disordine e nel preannunciare un riscatto. La sua ideologia comporta il rifiuto della dominazione spagnola; è tuttavia come cristiano, oltre che come indiano, che egli si batte per raddrizzare un universo che gli spagnoli hanno rovesciato. Questa duplice visione, indiana e cristiana, dà l’idea dell’esperienza sconvolgente del nativo che da evangelizzato non può che vedere crescere il suo tormento nel tentativo di unificare la sua duplice identità. Le annotazioni autobiografiche ci dicono che discende dalla famiglia di un Inca per parte di madre e dai dominatori etnici del Perù prima degli Inca per parte di padre. Sotto la guida di un fratellastro fu introdotto allo studio delle lettere spagnole e delle Sacre Scritture. Nella società coloniale ha svolto il ruolo d’interprete prima nella campagna di estirpazione dell’idolatria e poi al terzo Concilio provinciale di Lima. Non fu gradito alle autorità spagnole e fu esiliato dalla sua provincia per undici anni, perché nella sua vita egli mise a disposizione degli indiani il suo sapere leggere e scrivere in spagnolo, assistendoli o difendendoli nelle loro cause legali contro gli encomenderos. La sua crudele rappresentazione della corruzione degli ecclesiastici ha fatto parlare di un suo anticlericalismo, in realtà ci sono significative corrispondenze con il pensiero di Las Casas e, come lui, si fa propugnatore del dovere degli spagnoli alla restituzione dei beni e dei terreni depredati.

La scoperta dell’America fu un evento epocale che ha prodotto nell’Europa del 500/600 grandi cambiamenti nella vita culturale ed intellettuale e ha dato origine ad una fioritura di pensiero che ha influenzato non solo la vita sociale e politica ma anche il pensiero scientifico. Oggigiorno la cultura indigenista appartiene ad una storiografia più vasta e meno condizionata dalla compenetrazione tra persone e fatti storici. La scoperta dell’America fa daspartiacque tra il sapere tramandato per autorità e il progressivo affermarsi dello sperimentalismo scientifico, con la geografia mutano anche le discipline ad essa collegate e Montaigne con le riflessioni sul genocidio degli amerindi, nei suoi “Saggi”,  porta alla nascita dell’antropologia. Inoltre, intorno alla metà del 500 si forma una coscienza critica nei confronti delle violenze esercitate dalla Spagna durante i venticinque anni della conquista dei territori americani e una ristretta cerchia di pensatori comincia ad esplorare il rovescio di una storia, sviluppandone la visione dei vinti.

In epoca recente si è formata la tendenza a ricercare nuove fonti della cultura indigena,  quali le tradizioni orali, il folclore e le ricerche archeologiche per confrontarle con le fonti tradizionali narrative e documentarie per ricavarne la visione dei vinti. Questa disciplina, chiamata etnostoria, ha una collocazione tra le scienze umane e la riflessione che da essa scaturisce serve alla comprensione del mondo latino-americano, considerato nel suo passato in rapporto al presente ed alla sua difficile proiezione nel futuro. Attraverso le discipline ad essa collegate, quali l’antropologia culturale, si è liberata del filtro di modelli eurocentrici che non permettevano la comprensione della cultura indigena in America. Le “fonti indigene” ci sono pervenute sotto forma di scritti di autori indigeni o inseriti nelle cronache spagnole a volte in modo frammentario. Anche l’opera degli evangelizzatori si è rivelata utile per la raccolta di dati e notizie che ci hanno lasciato. Bernardino de Sahagùn condusse delle inchieste tra gli indiani della Nuova Spagna, vissuti sotto gli Aztechi.  Delle civiltà precolombiane solo il mondo Azteco conosceva un tipo di scrittura simile agli ideogrammi.

L’arrivo dei conquistatori ha reso disponibile una mediazione attraverso la lingua dei vincitori, che però continuavano a detenere le chiavi strumentali ed ideologiche di questa mediazione. Quando in un secondo momento si procedette all’opera di monetizzazione e di ricerca delle corrispondenze concettuali e vennero composte grammatiche, lessici e dizionari, erano sempre i membri della cultura dominante a procedere alla decodificazione delle lingue indigene, si può pensare che gli indigeni abbiano perduto parte della loro autenticità nell’usare queste mediazione che li inserivano in un universo culturale che non era loro. Anche la trasformazione dell’ambiente sociale ha mutato il significato di alcuni termini tradizionali. Tali fonti, tutte successive alla conquista, si riferiscono ad un evento traumatico rivissuto a posteriori.  La concezione ciclica del tempo faceva si che il destino futuro era regolato dal passato collettivo e quel bagaglio di miti e simboli servono all’interpretazione delle fonti indigene ed alla rilettura di quelle spagnole. Queste fonti rivelano l’evento della scoperta come tragico e con effetti sconvolgenti sulle società americane, vissute per millenni isolate dal Vecchio Mondo. La premonizione di questo evento è caratteristica comune al Messico e al Perù, in entrambe le culture le narrazioni associano i quattro elementi dell’universo:  il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria. E’ come se tutto il cosmo prendesse parte alla premonizione di un’indicibile catastrofe. Di fronte al concatenarsi degli avvenimenti che li vedevano protagonisti tutti i loro schemi di riferimento andarono in frantumi e la loro prima reazione fu quella di associare gli spagnoli alla divinità. Tutte le culture precolombiane custodivano il mito del Dio civilizzatore, che si era allontanato promettendo di ritornare un giorno, per restaurare una nuova età dell’oro e tutte facevano coincidere questo ritorno con lo sbarco degli spagnoli in America.  Ben presto si accorsero che gli spagnoli non avevano una natura divina. Quindi dopo lo stupore iniziale la loro reazione, fu di associarli alle bestie e ai barbari. Il desiderio di oro e di ricchezze, il motivo per il quale gli spagnoli massacravano e si uccidevano tra di loro ed il conseguente comportamento spietato e miserevole era ciò di cui si facevano beffe degli Indios che non conoscevano la tirannia del mio e tuo, che usavano l’oro per costruire idoli e per arricchire i palazzi dell’imperatore e le tombe. Un cronista andino sottolinea come gli spagnoli partivano animati da buoni propositi e quando arrivavano a terra erano tutti contro gli indios. La violenza con cui gli spagnoli si imposero fu per gli indiani l’esperienza della morte degli déi, del crollo dell’armonia dell’universo tradizionale e della perdita del dominio del mondo in cui vivevano e sapevano orientarsi. Un’esperienza paragonabile alla fine del mondo. “Le differenze culturali non sono pienamente comprensibili al vincitore perché egli può ignorale, in quanto, le credenze degli sconfitti non cambianola sua vita come le sue cambiano la loro vita “.  Per questo motivo, in una rappresentazione andina l’incontro tra Pizarro e Atahualpa, mostra il primo che parla senza emettere suoni. In Perù la sconfitta coincise con l’uccisione di Atahualpa che rappresentava il centro dell’universo, la mediazione tra gli déi e gli uomini. Dal 1566 non possono più essere pubblicati, in Spagna e in America, libri sugli indiani e l’opera di Bernardino de Sahagùn venne confiscata, tale stato di cose dirò all’incirca fino al 1820 prima della rivoluzione per l’indipendenza latino-americana. Toledo fece requisire tutte le opere di Las Casas presenti in Perù e la pretesa di far sparire ogni traccia del passato fu un’altra dura oppressione che subirono i vinti e cioè il diritto a rivivere, riscrivere e tramandare il proprio passato, perché i “Vincitori vollero riscrivere anche la loro storia”.  Si videro così spogliati anche di ogni possibilità di identificazione culturale positiva tramite il loro passato e la sua rappresentazione storica, per il carattere sovversivo delle memorie dei vinti che fanno irrompere nel presente la pericolosa intuizione del riscatto.  E’proprio il caso dell’utopia andina: da un evento futuro si può ritornare al passato; liberandosi della concezione ciclica del tempo  ed accettando alcuni discorsi occidentali sull’uomo, le cose, la società, essi esprimono il tentativo di vincere la soggezione politica e la frammentazione socio-culturale ricercando l’alternativa nell’incontro tra memoria e immaginazione. Nasce l’utopia di un ritorno. Il ritorno dell’Inca, evento storico per la sua relazione tra passato-presente e futuro, fa assumere al passato una valenza di liberazione nel futuro. E’ in questo clima che si diffuse tra gli Indios il movimento del Taki Onkoy, un movimento diffuso da predicatori indigeni che tentavano di far rivivere la cultura indigena tradizionale, che riorientavano verso una rivolta attraverso profezie di liberazione. Profetizzavano un nuovo “Pachakuti”  ossia un rivolgimento cataclismatico. Il movimento perdette di consistenza dopo il 1570 quando De Toledo fece giustiziare l’ultimo Inca.

Riflettere oggi su queste cose serve a comprendere le ragioni  del sottosviluppo di paesi lontani da noi che interagiscono nella nostra società attraverso i flussi di emigrazione e a capire i problemi che possono esserci nel processo di globalizzazione dell’economia dei paesi più evoluti. Per noi che viviamo in un’Europa unitaria è una riflessione che serve a capire meglio i processi di acculturazione forzata ed i problemi che al giorno d’oggi ci possono essere nell’interazione e nell’integrazione di culture diverse in una società che diventa sempre più multietnica. Le differenze ideologiche dovute alle religioni e alle tradizioni culturali e filosofiche dei popoli sono sempre delle barriere molto difficili da superare, malgrado la comprensione delle stesse oggi sia facilitata dall’uso di lingue comuni; la maggior parte dei paesi nel mondo è anglofona. Ciò è evidente ancora nel contrasto tra cattolici e islamici la cui reciproca intolleranza divide le famiglie e rende difficile il processo di integrazione nella società europea. L’integrazione di una cultura in un’altra dovrebbe permettere a coloro che si inseriscono, il mantenimento della propria diversità che non costituisce un disvalore ma un arricchimento culturale per la società della quale va a far parte. Nell’interscambio e nell’interazione di persone diverse si può trovare l’equilibrio necessario allo sviluppo di una nazione. Mantenere la propria diversità significa anche mantenere la propria dignità che ognuno può trovare nella ricerca delle proprie radici e della propria storia, sia individuale che collettiva. In Italia il processo di integrazione di culture diverse è più lento che in altre nazioni europee. Gran parte dell’immigrazione presente in Italia è clandestina o, se regolarizzata, ha difficoltà nell’inserimento nel lavoro, se non per qualche attività che la nostra società tiene in secondo piano, mentre è quasi completamente assente nelle strutture amministrative. I problemi che queste persone hanno nel settore del lavoro si ripercuotono nel settore privato, nei contratti di locazione ad esempio, perché la maggior parte di essi, pur essendo stati regolarizzati lavorano in nero. Anche quando vivono nella legalità vivono una condizione di emarginazione, quasi fossero cittadini di seconda categoria. Trieste, cittàmittleuropea, crocevia di più culture, ha dato l’avvio all’esperimento, unico in Italia, di un nuovo corso di laurea per preparare le persone che lavoreranno a contatto con l’emigrazione,  in modo specifico e non più attraverso una preparazione generica compiuta nei corsi di laurea, specifici per altre professioni che prevedono lo studio dell’antropologia e dell’etnografia.

Elettra Prodan

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Posted in: Cultura, Storia