Ero e Leandro – Marlowe, sua influenza su Shakespeare

Posted on 16/10/2010

0


“Il dolore infierisce proprio là dove s’accorge che non è sopportato con fermezza…. Poiché il ringhioso dolore ha meno forza di mordere l’uomo che lo irride e lo tratta con disprezzo”. William Shakespeare

Christopher Marlowe
(Canterbury 1564 – Deptford 1593)

Molto spesso nelle anime inquiete alberga la genialità, così fu per Marlowe, uomo e sommo poeta rinascimentale, personaggio controverso e dissoluto, dal temperamento irruento, spregiudicato di carattere e spesso coinvolto in risse di ogni tipo, trovando la morte in una di esse a soli 29 anni. Suo merito è d’aver perfezionato il blank verse, decasillabo scritto in versi sciolti, rendendolo uno strumento moderno e di grande intensità lirica,  portandolo  a quella forma elevata che adottò anche il suo grande amico William Shakespeare. L’uso del blank verse, compare in numerosi monologhi dei suoi drammi, in cui mette in luce il protagonista, dominato da una smisurata passione che lo conduce alla rovina. Uno dei modi per fare carriera nel mondo elisabettiano era quello di entrare a far parte della rete di spionaggio di Francis Walsingham, segretario di Stato e Marlowe lo fece. Su di lui pesavano feroci accuse di militanza nei servizi segreti britannici, di libertinaggio ed omosessualità e proprio per questo la vicenda della sua morte, avvenuta il 30/5/1593 in una locanda di Deptford, venne liquidata frettolosamente. Nelle opere del drammaturgo elisabettiano si riflettono i drammi di una vita così misteriosa ed estrema, l’insana brama di potere (Tamerlano il grande), la sensualità sfrenata (Edoardo II), una sete infinita di potere (Faustus), egli fu maestro nello spingere all’estremo la passione dominante di un personaggio.  La sua dissolutezza e l’alone di mistero che lo circondavano, lo resero un mito per i romantici,  per alcuni era un poeta maledetto e per altri un magnifico cantore delle passioni umane: genio e sregolatezza. In tutto ci sono pervenute 7 opere teatrali tra le quali la più famosa è il poemetto epico, Hero and Leander, che fu completato da Geoge Chapman e pubblicato nel 1598. Inoltre, grazie alla sua conoscenza dei classici greci e latini, tradusse alcune opere di Lucano (Pharsalia) e Ovidio (Amores). Coinvolto nella congiura di Babington, finita con la decapitazione di Maria Stuarda e i conseguente tentativo della Spagna  di invadere l’Inghilterra nel 1588, il suo assassinio, avvenuto il 30/5/1593, si inserisce in questo contesto politico. Il 20/5/1593 venne arrestato con l’accusa di ateismo ma liberato il giorno stesso senza aver subito torture. L’amicizia con uomini potenti non gli evitò l’accusa di eresia, prima però che si arrivasse al processo che il Consiglio Privato della Corona stava istruendo contro di lui per blasfemia, morì pugnalato durante una rissa di taverna, in circostanze rimaste oscure, poiché i testimoni del suo omicidio erano anch’essi militanti dei servizi segreti. Aveva un temperamento litigioso e irriverente, fu ripetutamente coinvolto in risse, una delle quali finì in omicidio che lo portò in prigione, ma i suoi amici lo descrivono in modo ben diverso. Cristopher Marlowe è stato interpretato dall’attore Rupert Everett nel film del 1998 Shakespeare in Love. Qui, tra le altre cose, si parla dell’ispirazione che Marlowe potrebbe aver dato a William Shakespeare per il suo Romeo e Giulietta e anche della sua misteriosa morte in una rissa da taverna. Marlowe crea dei personaggi machiavellici, irrispettosi, irriverenti delle regole del mondo e assetati di potere. Nessuno di loro rappresenta l’ideale elisabettiano, non erano cristiani (Faust), alcune volte omosessuali (Riccardo III).

Ero e Leandro

Poemetto d’amore e sfondo mitologico,  nato dall’esperienza mitico-eroica rinascimentale con l’intento di alimentare il piacere in un vasto pubblico, scrivendolo Marlowe è stato influenzato dalle “Heroides” di Ovidio e dalle “Metamorfosi”. C’è una forte ambiguità sessuale in quanto Ero è la sensualissima e casta sacerdotessa del tempio di Venere che suscita amore fatale capace di uccidere e Leandro è descritto con la terminologia usata per una donna, artificio usato spesso anche da Shakespeare per il personaggio di Romeo. La sua bellezza è assoluta tale da comprendere anche quella femminile, una caratteristica di origine platonica. L’amore di questo poema é pagano, un desiderio non cristiano e pagani sono anche i suoi personaggi. L’ambiguità sessuale di Leandro confonde Nettuno che lo corteggia prendendolo per Ganimede, coppiere e amante di Giove, mentre nuota nell’Ellesponto, qui si mescolano una intensa sensualità e comicità. Nettuno tuttavia non gli impedisce di raggiungere la sponda opposta per congiungersi con una Ero ritrosa, in uno dei più trionfanti e voluttuosi abbracci della poesia elisabettiana. La storia di Marlowe finisce con il felice amplesso dei due amanti, ma il mito parla invece della tragica morte di Leandro nell’Ellesponto nel tentativo di raggiungere Ero. Marlowe contesta perciò tutti i canoni della sua società in materia di sessualità, la morale e l’etica. E’ un poema erotico in cui l’amore e il desiderio vengono trattati in modo pagano, fuori dagli schemi protestanti.  Sin dall’inizio il testo allude alla fine tragica degli amanti.

Dalla forza del Nettuno divise
Sorgevano due città in vista
Sulle rive opposte dell’Ellesponto
Macchiate del sangue del vero amore.

L’incontro leggendario di Ero e Leandro, è contrastato non soltanto dall’Ellesponto che li divide ma dal vincolo che lega Ero, sacerdotessa di Venere,  al voto di castità e dalla loro condizione sociale diversa: lei può vantare un casato illustre mentre lui è un giovane del volgo. Ero teme che non siano solo le tempeste a trattenere il suo amato, grande nuotatore, lontano da lei, ma lo suppone infedele. La Ero di Marlowe impara dal suo rapporto con Leandro che le dolci tenerezze dell’amore sono inseparabili dalla percezione umiliante della violenza e le fluttuazioni dal desiderio al timore vengono ben connotate dal poeta.   I due si conoscono durante una festa al tempio in onore di Afrodite e Adone e la loro reciproca attrazione non conosce ostacoli, divina si rivela la grazia di Ero a Leandro che senza di lei non può più vivere. L’amore pare vincere ogni impedimento, Ero guida Leandro esponendo la sua lampada alla finestra della torre, mentre lui attraversa l’Ellesponto, quando Leandro giunge a nuoto i due si uniscono in una gioia di breve durata. Sopravviene l’inverno ed Ero, travolta dal desiderio, espone la sua lampada ma il vento la spegne e con essa si spegne anche la vita di Leandro, a lei non resta che gettarsi dalla torre per congiungersi all’amato. Per sottolineare il desiderio erotico trasgressivo, acceso tra due giovani bellissimi,  Marlowe non ha esitato a trascurare la fine tragica di questa famosa leggenda. Il fascino fatale del disacerbarsi di ciò che da sempre si è temuto e sperato culmina nella tragedia del primo amore che, superando illusoriamente, i limiti umani, fa evadre dalle angustie  e dalle prudenze socialmente prescritte, rendendo i protagonisti simili agli Dei. Gli amanti di Marlowe  si misurano con ogni legge umana, naturale o divina, con ogni convenzione, dando alla sua poesia un colore trasgressivo, unito al potere evocativo delle parole. Vi è, inoltre, la sfolgorante rappresentazione simbolica dei vertici della bellezza e del pieno godimento dei sensi che si misurano con gli abissi dell’umiliazione e del dolore di Ero.

Dicono alcuni che il più grazioso
Cupido languisse per lei, fissandola
smarrisse la vista nel suo volto.
E ciò era vero, si somigliavano tanto,
che egli immaginò fosse sua madre.
E spesso tra i seni le volava,
e attorno al suo collo ignudo le nude
braccia gettando e il capo d’infante
nel suo petto posando, si quietava
cullato dal pacato battito.
Ero, a Venere consacrata,
era tanto bella che Natura al pensiero
della propria rovina pianse,
poiché, incantevole, più di quanto
lasciasse, prese, e di tale beltà
la spogliò, mirabile, che in segno
del tesoro predato, dal tempo di Ero
metà del mondo si è intenebrato.

L’amore viene inteso come innamoramento istantaneo ed è rappresentato sia da Marlowe che da Shakespeare con la figura mitologica di Cupido, l’innamoramento é perciò involontario e istantaneo, come un dardo scoccato dal suo arco e non tiene conto delle differenze o delle divisioni sociali, l’essere sacerdotessa di Venere per l’Ero di Marlowe e la discordia tra due famiglie per la Giulietta di Shakespeare. Per entrambe l’innamoramento è a prima vista, non un processo graduale e romantico; da quel momento in poi l’amante è schiavo del Dio Amore, la sua volontà si incarna nell’amata che lo costringe a fare tutto ciò che desidera.

Come la carne al gusto, così il suo collo
al tatto procurava diletto,
le spalle di Pelope eclissando
nel candore: vi potrei dire come
era morbido il suo petto e il ventre
bianco; e quali dita immortali
impressero il sentiero divino
che percorreva il suo dorso
numerose lasciando impronte
d’Amore; ma la penna rude a stento
può esaltare amori umani
e molto meno quello degli Dei
possenti: vi basti dunque che la mia
Musa spossata gli occhi di Leandro
canti, le gote e le labbra splendenti
che offuscavano quelle di colui che
per baciare la propria ombra nell’acqua
balzò e, molti sdegnando, morì
avanti di assaporare il primo amore.

…davanti a lei tutti dallo stupore
rapiti, la sentenza attendevano
dai suoi occhi sdegnosi; colui che ella
preferisce, vive; muoiono gli altri:
là potresti scorgere chi sospira,
chi s’infuria e chi per lenire la violenta
passione compila satire mordaci;
ma, ahimeé, troppo tardi! Poiché
mai in odio si muta amore
fedele, e molti vedendo il suo rifiuto
a principi e grandi, morivano
al pensiero di lei devastati.

Tra odio e amore non si sceglie, dovendo
il nostro volere piegarsi al fato.
Quando molto prima della corsa due
si denudano, allora dell’uno
desideriamo la vittoria, dell’altro
la sconfitta; e massimamente uno
ci attrae di due lingotti d’oro
simili in tutto; non ne comprende
alcuno la ragione; ma ci basti
sapere che sono gli occhi a giudicare
ciò che si osserva. Quando la ragione
domina entrambi, l’amore è scarso. Chi
ha mai amato se non al primo sguardo?
S’inginocchiò, ma per rivolgerle
la sua preghiera devota; la casta
Ero così parlò tra sé e sé: “Fossi
io la santa che costui adora, gli darei
ascolto”, e mentre queste parole
diceva, gli si appressò un poco.
Bruscamente lui sorse, arrossì lei,
come una che si vergogna; e ciò
ancor di più infocò Leandro.
La mano le sfiorò; al tocco lei
fremette; amore che sale dal profondo
a stento si occulta. Si parlarono
quegli amanti esprimendosi col tocco
delle mani: muto è il vero amore
e spesso sgomenta. In segni silenti
s’impigliarono, vinti, i loro cuori,
e l’aria risplendette per scintille
di fuoco vivo; e la Notte immersa
negli abissi dell’Acheronte esalante
vapori, il capo sollevò e la terra
a metà avvolse nella tenebra
(L’oscura notte é il giorno di Cupido)

Questa strofa è quella in cui più si nota la similitudine tra Ero di Marlowe e Giulietta di Shakespeare, entrambe si trovano in una situazione in cui le regole dell’amor cortese medievale vengono sovvertite, parlano del loro amore non sapendo di essere udite, trovandosi così scoperte, da quel momento non possono più fingere di non essere interessate e cedono agli assalti della passione del proprio amante. Secondo il codice dell’amor cortese, la donna doveva mostrarsi fiera, sprezzante, crudele e respingere tutte le iniziative dell’amante. Per le donne del rinascimento la passione era quasi sempre fatale e si concludeva, spesso, tragicamente, essendo dipendenti totalmente dalla famiglia d’origine, o facevano un buon matrimonio, e l’alternativa era solo il convento, oppure venivano scacciate.

Non è pietoso
Come dicono gli umani, Amore,
ma sordo e crudele quando desidera
la preda. Come un uccello che in pugno
serriamo, si dibatte e le ali agita,
così ella s’oppose tremante
la lotta (come quella che creò
il mondo) generò un mondo altro
di gioia ignota. Inganno era
nella sua mente, e a concedersi
con astuzia intese. Non sembrando
vinta, vinta ella fu alla fine.

Marlowe dà un’idea di amore crudele e distruttivo, contrariamente a Shakespeare che dà una rappresentazione di amore caritatevole verso la persona amata.

E ora desidera che la notte
non abbia mai fine, e sospira
al pensiero del sole che s’appressa;
l’affligge molto che la luce vivida
del giorno conosca i diletti
di questa notte divina e che,
come Mate e Ericina, li disveli
mentre giacciono una nelle braccia
dell’altro incatenati.

L’influenza di Marlowe nelle tragedie di Shakespeare la troviamo anche in questa similitudine con “Giulietta e Romeo”. Come Giulietta, Ero teme l’arrivo del giorno che la dividerà dal suo amante e desidera che quella notte non abbia mai fine. “Vuoi già andar via? Il giorno é ancora lontano – è stato l’usignolo, non l’allodola – che ha colpito l’incavo del tuo orecchio timoroso. Canta ogni notte, laggiù, su quell’albero di melograno. Credimi, amore, era l’usignolo.”

Fu allora che l’Arpa d’oro d’Apollo
iniziò a effondere musica per
l’Oceano; appena l’ebbe udita
il solerte Espero allestì il carro
portatore del giorno e corse innanzi,
araldo della luce, a schernire
con i suoi fulgenti raggi l’orrida
notte, finché dall’onta, della collera
e dal dolore vinta, il proprio carro
nefasto inabissò nell’Erebo.

Così termina il poemetto, con la morte appena accennata e sfumata, la sorte dei due amanti sembra essere più il tripudio dei sensi appagati che non la celebrazione di una tragedia annunciata. Amore e morte si intrecciano a formare il canovaccio di un dramma in cui la morte sembra la naturale conclusione delle umane passioni, il morire diventa una metafora per l’orgasmo sia in Marlowe che nel Giulietta e Romeo di Shakespeare. Un altro segno dell’influenza di Marlowe su Shakespeare la si ritrova nel Mercante di Venezia del 1598, in cui alcune tracce del dramma di Marlowe, L’ebreo di Malta del 1589, sono assai riconoscibili. Marlowe e Shakespeare erano grandi amici anche nella vita e simili nella poesia, forse Marlowe é stato la sua Musa ispiratrice in alcune delle sue opere maggiori. “Chi mai ha amato se non a prima vista” dice Marlowe in un verso citato da Shakespeare in As you like. L’utilizzo del nome dei due protagonisti del dramma: Giulietta e Romeo, così come aveva fatto Marlowe in Ero e Leandro precedentemente, l’uso del blank verse in cui Marlowe ha saputo eccellere, e altre similitudini precedentemente esaminate, fanno pensare all’influenza di Marlowe sul genio di Shakespeare. Chi fu il vero genio Shakespeare o Marlowe? Forse entrambi  si possono considerare l’unico vertice dello stesso angolo, l’uno e l’altro hanno saputo fare dell’uso della parola e del blank verse, un linguaggio poetico di altissimo livello.

“Christopher Marlowe aveva gran cura di spiegare nei discorsi degli attori le loro azioni, quasi fosse un teatro per ciechi. E forse lo era; cioè gli attori non facevano quasi nulla, soltanto entrare, uscire o morire: l’azione era nei versi. La scena, come si sa, era nuda: se serviva un tavolo lo si spingeva avanti e poi lo si portava via. Le luci erano candele messe sull’orlo del palco; oppure la luce del giorno.” J.R. Wilcock

Elettra Prodan

http://news.supermoney.eu/opinioni/2013/02/lo-stato-laico-e-il-matrimonio-008416.html

http://news.supermoney.eu/tecnologia/2013/02/microsoft-acquisisce-la-dell-008584.html#

Advertisements