ITACA – una poesia in cui il cammino diviene la meta.

Posted on 08/09/2010

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Video di Fabio Volo che recita Itaca di Costantino Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d’ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

COSTANTINO KAVAFIS

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Konstantinos Petrou Kavafis , noto in Italia anche come Costantino Kavafis (Alessandria d’Egitto 29/4/1863 – Alessandria d’Egitto 29/4/1933)  è stato un poeta e giornalista greco. Kavafis era uno scettico che fu accusato di attaccare i tradizionali valori della cristinità, del patriottismo, e dell’eterosessualità, anche se non sempre si trovò a suo agio nel ruolo di anticonformista. Pubblicò 154 poesie ma molte altre sono rimaste incomplete o allo stato di bozza. Le poesie più importanti furono scritte dopo il suo quarantesimo compleanno.

Biografia

Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto, da famiglia greca. Suo padre aveva una ben avviata ditta di import-export. Nel 1870, dopo la morte del padre, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpol. Kavafis tornò ad Alessandria nel 1882. Lo scoppio delle rivolte nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell’anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita. Inizialmente lavorò come giornalista, ma poi fu assunto al Ministero egiziano dei lavori pubblici, dove lavorò per trent’anni. Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune poesie, che gli fruttarono una certa fama per tutta la vita. Morì il 29 aprile 1933, il giorno del suo settantesimo compleanno. Dalla sua morte, la fama di Kavafis è cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci.

Poetica

Kavafis si dedicò molto a ridare vita alla letteratura greca sia in patria che all’estero. Le sue poesie erano solitamente concise, ma riportano molto bene rappresentazioni della realtà o delle società e degli individui letterari che ebbero un ruolo nella cultura greca. L’incertezza nel futuro, i piaceri sensuali, il carattere sociale e la psicologia degli individui, l’omosessualità e la nostalgia sono alcuni dei suoi temi preferiti. Come un recluso, egli non fu mai riconosciuto durante la sua vita. Oltre che i suoi soggetti, anticonvenzionali per l’epoca, le sue poesie mostrano anche un’abile e versatile arte, che viene spesso perduta nella traduzione delle sue opere. La sua poetica viene insegnata nelle scuole greche. Kavafis nutrì per tutta la vita un senso di chiusura, di segregazione vergognosa e necessaria. Potenze oscure e indefinibili lo hanno murato “inavvertitamente” in una stanza buia, insieme figura della passione e della paradossale ascesi interiore e artistica cui essa lo spingerà, dove il poeta sa di non poter trovare una finestra aperta sul reale e sulla libertà, ed è al tempo stesso lambito dal pensiero angoscioso che l’impossibile finestra gli recherebbe la luce troppo cruda di scoperte ancora peggiori della presente oscurità. Nella solitaria penombra del suo appartamento di Alessandria, con le finestre sempre serrate e il lucore spettrale della lampada a petrolio e delle candele, Kavafis chiedeva alla memoria di ricondurgli i fantasmi della sua giovinezza, di un corpo, di un incontro, fissandoli in una preziosa e sottilmente malinconica rarefazione (talora in alagiche epigrafi funebri, secondo l’immagine di Brame), oppure in una condensazione di passione rinnovata e vittoriosa sull’oblio, specialmente quando è una nuova occasione per resuscitarne una passata, cosicché la ripetizione sospende, per un attimo, il tempo (La tavola accanto). Già durante l’adolescenza Kavafis scoprì la propria omosessualità; nel lavoro introspettivo e nel fare poetico della maturità vi avrebbe letto e auscoltato i segni mitici delle proprie radici pagane, della libera, autosufficiente e luminosa sensualità precristiana (ellinikì idonì, «piacere greco»). Ma nel poeta opera con altrettanto diritto una coscienza cristiana «infelice», nelle oscure vesti della censura interiore: l’omoerotismo è «amore infecondo», è «lussuria» che ha bisogno di luoghi e contesti infami per accendersi e trovare compimento. Kavafis ha una percezione inconfondibilmente tragica e classica del destino umano, sebbene si realizzi poeticamente con un’asciuttezza e un orrore spiccatamente moderni: la nostra inquietitudine guasta l’opera sublime e incomprensibile degli dèi (Interruzione); ci sforziamo di schivare una sorte che immaginiamo ineluttabile, ma il vero ineluttabile ci coglie di sorpresa, quando siamo ormai sfiniti nella nostra lotta di segno. La risposta all’ambiguità disperante di questa condanna universale si articola in possibilità diverse o piuttosto in modulazioni di una fondamentale rassegnata lucidità. La gnome kavafiana recupera movenze antiche in desolate e quasi prosastiche cadenze di contemporanea amarezza, e sente classicamente la grandezza e la potenza come il massimo pericolo. L’eroismo pregiato da Kavafis è la stoica benedizione di Antonio che saluta, sulla soglia della disfatta, l’Alessandria orgiastica e meravigliosa cui aveva avuto il privilegio di vivere e godere. Splende nelle sue opere, con fiera e abbandonata vividezza, l’eroismo di un poeta che vince, nell’avventura di un eros difficile e segreto, i demoni del veto interno e esterno e sa estrarre dal fango dell’abiezione la perla minacciata dalla bellezza.

Fonte Wikipedia

Elettra Prodan

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