Preghiera a Dio – Voltaire dal “Trattato sulla tolleranza”

Posted on 08/09/2010

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Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:
se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,
a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;

fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,
tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,
tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,
tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,
insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;
che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;
che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,
e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”,
e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,
come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,
ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,
dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

 

Il trattato sulla tolleranza è una delle più famose opere di Voltaire. Pubblicata in Francia nel 1763 costituisce testo fondamentale della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni e di molte di quelle caratteristiche con cui oggi identifichiamo una società come civile.

Nella Francia della metà del Settecento sono ancora presenti forti contrasti ideologico-religiosi. La pratica della tortura e dell’incriminazione sommaria è più che in uso e basta poco perché un clima tanto avvelenato esploda in ritorsioni estremamente violente verso gli esponenti della parte avversa, quale che sia in quel momento. In questo ambiente culturale Voltaire si batte contro quella che definisce come “superstizione”: un misto di fanatismo religioso, irrazionalità e incapacità di vedere le gravi conseguenze del ricorso alla violenza gratuita, alla sopraffazione, alla tortura e diffamazione, che spesso spazza via intere famiglie. Nella Francia del 1761 viene trovato morto, perché impiccato ad un trave del suo granaio, il giovane Marc-Antoine Calas, figlio di un commerciante protestante ugonotto. Del ragazzo si vociferava che fosse sul punto di convertirsi al cattolicesimo. In un clima ancora ammorbato da fanatismi religiosi e sospetti, la vox populi comincia a mormorare che il ragazzo sia stato ucciso dal suo padre, Jean Calas, per impedirne la conversione. L’uomo viene imprigionato, giudicato colpevole e mandato a morte “per ruota”, cioè per tortura, il 9 marzo 1762.  Caso analogo quello della famiglia Sirvet, la cui figlia Elisabeth viene trovata morta in un pozzo. La ragazza si era da poco convertita al cattolicesimo. La famiglia Sirvet, saggiamente, non aspettò di sapere a che punto la folla poteva spingersi e si trasferì in Svizzera, da cui seppe di essere stata condannata in contumacia per l’assassinio della propria figlia. Ben più tragicamente finisce i suoi giorni il giovane chevalier de la Barre, di Arras. Avendo mancato di levarsi il cappello davanti ad una processione del Santissimo, è sospettato di miscredenza. Monsieur de Belleval, luogotenente del tribunale delle imposte della cittadina d’Abbeville, dove accade il fatto, ritiene che l’atto del cavaliere, suo nemico personale, costituisca una manifesta empietà. Poco prima qualcuno aveva mutilato il crocefisso posto sul ponte nuovo della città. Si apre il processo, ed alcuni testimoni riferiscono che il cavaliere de La Barre ha pronunciato frasi blasfeme, intonato canzoni libertine e bestemmiato i sacramenti assieme ad altri suoi conoscenti. Al termine del processo, il cavaliere è condannato alla pena capitale. Gli atti del processo sono riesaminati a Parigi da una apposito consiglio di venticinque giureconsulti, che confermano la sentenza (15 voti vs. 10 voti). Il cavaliere è imprigionato. Prima dell’esecuzione è sottoposto alla tortura: gli vengono spezzate le articolazioni delle gambe, ma viene risparmiato dall’ordine di perforargli la lingua. Viene infine decapitato e il suo corpo è bruciato su una pira (nel rogo forse fu gettata anche una copia del Dizionario filosofico trovata negli alloggi del cavaliere).

Dei primi due casi Voltaire riuscì ad ottenere giustizia e che fosse, se non altro, riabilitata la memoria di chi era stato ingiustamente trucidato. Il terzo sarà riabilitato solo dalla Consulta di Parigi, dopo la morte del filosofo.

La riflessione e l’impegno in questi ed altri casi simili (Martin e Montbailli, Lally-Tollendal) porta Voltaire a concepire un grido di battaglia: “Ecrasez l’infame”, schiacciate l’infame.Schiacciare l’infame significa lottare con tutte le forze della propria ragione e della propria morale contro il fanatismo intollerante tipico della religione confessionale (cattolica, protestante o altro). Ogni uomo di buona volontà è chiamato a lottare per la tolleranza e la giustizia della religione naturale, una religione governata da un Dio aconfessionale, senza dogmi, che rende inutili le cerimonialità e che punisce i malvagi e remunera i buoni, come un giudice giusto. Il Dio di Voltaire sovrintende alla macchina meravigliosa che ha creato come un orologiaio, che ne cura il meccanismo. La concezione di Voltaire è perciò deista.

Il problema che Voltaire principalmente si pone è l’esistenza di Dio, conoscenza fondamentale per giungere ad una giusta nozione dell’uomo. Il filosofo non la nega, come alcuni altri Illuministi che si dichiaravano atei (Diderot, D’Holbach e altri) perché non trovavano prova dell’esistenza di un Essere Supremo, ma nemmeno, nel suo razionalismo, assume una posizione agnostica. Egli vede la prova dell’esistenza di Dio nell’ordine superiore dell’universo, infatti così come ogni opera dimostra un artefice, Dio esiste come autore del mondo e, se si vuole dare una causa all’esistenza degli esseri, si deve ammettere che sussiste un essere creatore. La sua posizione fu pertanto deista, come già accennato. Dunque Dio esiste e sebbene abbracciando questa tesi si trovino molte difficoltà, le difficoltà che si pongono abbracciando l’opinione contraria sarebbero ancora maggiori. Il Dio di Voltaire non è il dio rivelato, ma non è neanche un dio di una posizione panteista, come quella do Spinoza. È una sorta di Grande Architetto dell’Universo, un orologiaio autore di una macchina perfetta. Voltaire non nega una Provvidenza, ma non accetta quella di tipo cristiano; secondo le sue convinzioni (come quelle di molti del suo tempo), l’uomo nello stato di natura era felice, avendo istinto e ragione, ma la civiltà ha contribuito all’infelicità: occorre quindi accettare il mondo cosi com’è, e migliorarlo per quanto è possibile. Aveva contribuito a queste sue convinzioni lo studio di Newton: la cui scienza, pur rimanendo estranea, in quanto filosofia matematica, alla ricerca delle cause, risulta strettamente connessa alla metafisica teistica, implicando una razionale credenza in un essere supremo. Voltaire crede in un Dio che unifica, Dio di tutti gli uomini: universale come la ragione, Dio è di tutti.

Obiettivo principale di Voltaire e di tutto il suo pensiero, o, se si vuole, la missione della sua vita, è l’annientamento della Chiesa Cattolica (che lui chiama l’infame, anche se utilizza questo termine con riferimento ad ogni spiritualità forte, che senza mezzi termini ritiene semplicemente fanatismo religioso), egli infatti tenta di demolire il cattolicesimo per proclamare la validità della religione naturale. La sua fede nei principi della morale naturale mira ad unire spiritualmente gli uomini al di là delle differenze di costumi e di usanze. Proclama quindi la tolleranza contro il fanatismo e la superstizione (che stanno alla religione come l’astrologia alla astronomia) nel  “Trattato sulla tolleranza” (1763), nonché la laicità tramite molti scritti anticlericali. Per liberare le religioni positive da queste piaghe è necessario trasformare tali culti, compreso il cristianesimo, nella religione naturale, lasciando cadere il loro patrimonio dogmatico e facendo ricorso all’azione illuminatrice della ragione.

Dal cristianesimo Voltaire accetta l’insegnamento morale, ovvero la semplicità, l’umanità, la carità, e ritiene che voler ridurre questa dottrina alla metafisica significa farne una fonte di errori. Più volte infatti il parigino, elogiando la dottrina cristiana predicata da Cristo e dai suoi discepoli, addebiterà la degenerazione di questa in fanatismo, alla struttura che gli uomini, e non il Redentore, hanno dato alla chiesa. Il Cristianesimo vissuto in maniera razionale, infatti, coincide con la legge di natura.

Voltaire porta avanti una doppia polemica, contro l’intolleranza e la sclericità del cattolicesimo, e contro l’ateismo e il materialismo. Egli dirà che l’ateismo non si oppone ai delitti ma il fanatismo spinge a commetterli, anche se concluderà poi che essendo l’ateismo quasi sempre fatale alle virtù, in una società è più utile avere una religione, anche se fallace, che non averne nessuna. Non solo il cristianesimo, ma ogni religione rivelata (e non), è una superstizione inventata dall’uomo. Voltaire attacca anche, quindi, nelle sue opere, l’Islam e altri culti non cristiani (vedi, ad esempio, in Maometto ossia il fanatismo e in Zadig).

Accuse di razzismo ed europocentrismo

La filosofia, per Voltaire, deve essere lo spirito critico che si oppone alla tradizione per discernere il vero dal falso, bisogna scegliere tra i fatti stessi i più importanti e significativi per delineare la storia delle civiltà. In conseguenza Voltaire non prende in considerazione i periodi oscuri della storia, ovvero tutto ciò che non ha costituito cultura secondo l’Illuminismo, ed esclude dalla sua storia “universale” i popoli barbari, che non hanno apportato il loro contributo al progresso della civiltà umana. Emblematici, tra i passi di certa attribuzione, alcune righe del Saggio sui costumi, in cui considera gli africani inferiori intellettualmente, motivo per cui sono ridotti “per natura” in schiavitù. Alcuni brani del Dizionario filosofico non sono affatto teneri contro gli Ebrei, e non da meno il parigino si espresse sui cristiani e sugli arabi musulmani, fatto che ha portato alcuni ad accusare Voltaire di antisemitismo.

Fonte Wikipedia

Elettra Prodan

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